Mi trovavo nel mio angolo tranquillo, intento a lavorare a maglia, quando il telefono squillò. Era un messaggio breve, quasi brusco: “Sta partorendo”. Non c’era nemmeno un saluto. Solo il nome di Roman, il fidanzato di mia figlia. Il cuore mi si fermò per un attimo. Quella frase mi fece tremare, ma al tempo stesso mi riempì di una gioia profonda. Diventavo nonna, ma forse, forse, questo momento avrebbe potuto riparare la frattura che ci separava da quasi un anno. Non ci parlavamo più da quando avevamo litigato ferocemente. Lei mi accusava di essere egoista, di non rispettare i suoi spazi. Io le avevo risposto che era troppo dura con me. Ma ora, con il parto imminente, speravo che tutto potesse cambiare.
Mi precipitai in ospedale con una borsa piena di regali per il neonato, mentre il cuore batteva forte per l’emozione e la speranza. Avrei voluto esserci, a fianco di mia figlia in un momento così importante della sua vita. Quando arrivai davanti alla porta della sala parto, sorrisi all’infermiera, dicendo il nome di mia figlia. Ma la sua risposta fu un colpo al cuore.
“Mi dispiace, ma ha chiesto di non far entrare nessuno,” disse l’infermiera con un’espressione neutra.
“Ma sono sua madre!” replicai, incredula. “Sta per partorire mio nipote.”
L’infermiera mi guardò un momento, poi rispose con gentilezza ma fermezza: “Ha ordinato espressamente di non farla entrare.”
Rimasi a guardarla, senza parole. Non riuscivo a credere che mia figlia potesse fare una cosa simile. Aspettai, tremante, nel corridoio. Un’ora passò, poi un’altra. Poi Roman uscì, con il bambino tra le braccia, felice e raggiante.
“È perfetto,” disse, ma non sembrava vedere la tristezza nei miei occhi. “Posso vederla?” chiesi, con la voce tremante.
Roman esitò, poi mi porse una busta, la mia busta, senza guardarmi negli occhi.
“Da parte sua,” disse semplicemente.
Dentro c’era un foglio, scritto con la sua calligrafia. Solo un nome: il mio. Niente “mamma”. E il cuore mi si strinse.