Incarcerata per tradimento: la storia di una donna che ha lottato per la sua libertà

Martedì sono uscita dalla clinica psichiatrica, con il cielo grigio e la pioggia che scivolava lenta sulle strade. Un cliché, forse, ma in quel momento mi sembrava quasi simbolico. Dopo tutto quello che avevo passato, ero fuori. E questa era la mia prima vittoria.

Nessuno mi stava aspettando con fiori, né mia figlia, né scuse per quello che avevo vissuto. Ma non cercavo giustizia. Cercavo vendetta. La vendetta di una donna che aveva osato sollevare la testa e pagato il prezzo per aver cercato la verità.

La mia prima tappa fu da Ileana, la mia cugina che aveva sempre creduto in me, quando tutti gli altri mi avevano messo da parte. Mentre mi serviva il caffè con latte condensato, come ai vecchi tempi, mi guardò e disse:

“Sei cambiata. Dimagrita…”

“La follia fa dimagrire”, risposi, un sorriso amaro sulle labbra. “Dovresti provarci anche tu.”

Ileana non aveva bisogno di spiegazioni. Mi guardò con occhi pieni di comprensione. “Cosa farai?”

“Mi tirerò indietro… per un po’. Poi gli distruggerò la vita”, risposi con determinazione.

E così iniziò il mio cammino. Trovai un avvocato, non uno qualsiasi, ma uno che odiava il suo ex così tanto da essere disposto a combattere con me con la stessa furia. “Non prometto che riavrai la fiducia delle tue figlie”, mi disse, “ma ti prometto che ogni centesimo che ti ha rubato, lo farà sudare.”

La raccolta delle prove fu meticolosa, e quando il mio avvocato disse: “Faremo annullare il ricovero, era una trappola”, capii che avrei avuto la mia vendetta. Non solo legale, ma anche sociale. Avrei mostrato a tutti chi era davvero il mio ex.

E quando l’articolo sui social divenne virale, le mie figlie lo videro. La mia grande mi scrisse: “Mamma, sono confusa, ma mi manchi. Possiamo vederci?”

La vendetta non è sempre sangue. A volte è memoria. E io avevo la verità dalla mia parte.

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