Sonia Kovaleva era abituata a passare inosservata, o peggio, ad essere derisa. Non per i suoi voti — eccellenti — ma per le sue scarpe consumate, i vestiti passati di stagione e quel dettaglio che nessuno dimenticava mai di sottolineare: sua madre era la bidella.
Kirill Bronskij, figlio del costruttore più ricco della città, non perdeva occasione per punzecchiarla.
— Ehi, Kovaleva, hai preso dieci anche in “scopa e paletta”? — rideva, alzando le sopracciglia verso gli amici.
Sonia non rispondeva. Non valeva la pena. Ogni parola l’avrebbe solo fatta sembrare fragile. E lei non lo era.
Dopo scuola, invece di tornare a casa, Sonia lavorava in una piccola biblioteca di quartiere. Non per guadagnare una fortuna, ma per mettere da parte abbastanza per il suo sogno: presentarsi al ballo con dignità. Non con l’auto più bella, ma con la testa alta e lo sguardo fiero.
Un pomeriggio, mentre aiutava sua madre Nadežda a pulire le scale dell’edificio “Vega”, un uomo si fermò. Era Igor Vasil’evič Sokolov, il direttore. Gentile, distinto, e con un sorriso sincero.
— Sonia, giusto? — chiese, riconoscendola. — Mio figlio Maksim mi ha parlato bene di te. Siete in scuole diverse, ma ha detto che leggi i suoi articoli online.
Pochi giorni dopo, Maksim si presentò in biblioteca. Portava un libro rilegato in pelle: un’edizione rara che Sonia sognava da mesi. Parlarono a lungo, poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, le propose:
— Vieni con me al ballo. Ho già parlato con mio padre. Ti accompagniamo in grande stile.
Il cuore di Sonia batteva forte, ma annuì.
La sera del ballo, una limousine nera si fermò davanti alla scuola. Sonia ne scese con eleganza sobria, vestita con un abito semplice, ma portato con grazia.
Kirill abbassò lo sguardo. Per la prima volta, nessuno rideva.
Sonia non aveva bisogno di brillare con i soldi. La sua forza era la sua vera eleganza.